Approccio ‘risk adapted’ nel tumore al seno: cosa significa e quali i benefici

di Redazione


Sei su Telegram? Ti piacciono le nostre notizie? Segui il canale di DonnaClick! Iscriviti, cliccando qui!
UNISCITI

È stata recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista della Società Americana di Oncologia Clinica – il Journal of Clinical Oncology – la posizione di alcuni dei maggiori esperti oncologi internazionali circa la necessità di modulare meglio le terapie farmacologiche per il tumore al seno.

Il tema è l’ottimizzazione dei trattamenti oncologici nelle pazienti con carcinoma mammario che, dopo terapia preoperatoria, ottengono una “risposta patologica completa”, vale a dire la scomparsa totale del tumore dal tessuto mammario e i linfonodi.

Si tratta di un lavoro corale, guidato dal Professor Giuseppe Curigliano, Direttore della Divisione Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia, che ha coinvolto i dottori Carmine Valenza e Dario Trapani, entrambi della Divisione Nuovi Farmaci, e tre opinion leader globali in oncologia mammaria dell’Università di Harvard, Francoforte e Vancouver: Harold Burstein, Stephen Chia e Sibylle Loibl.

“Le pazienti con carcinoma mammario iniziale di sottotipo ‘triplo-negativo’ o ‘HER2-positivo’, vengono di solito trattate con chemioterapia preoperatoria o ‘neoadiuvante’, potenziata con l’aggiunta di immunoterapia o di farmaci a bersaglio anti-HER2. In oltre la metà dei casi, dopo la chirurgia, il patologo documenta ‘risposta patologica completa’ (pCR), che corrisponde nella maggioranza dei casi a più probabilità di guarigione, per cui la paziente riceve la stessa terapia medica della fase neoadiuvante, ma de-intensificata. Nei casi restanti invece si osserva malattia residua, quindi si tende a cambiare terapia e a intensificarla. In sintesi, i trattamenti postoperatori sono modulati solo in base alla presenza di pCR/malattia residua. Il nostro lavoro sfida questa visione dualistica. Vi è infatti una piccola percentuale di pazienti (non più del 5%) che nonostante la pCR hanno purtroppo una recidiva della malattia e altre che, al contrario, guariscono pur avendo malattia residua al momento dell’intervento”, ha spiegato Carmine Valenza.

“Si tratta quindi di identificare, indipendentemente dalla pCR, la percentuale delle pazienti ad alto rischio che necessita di una cura più intensa, evitando allo stesso tempo che quelle a minor rischio siano sovra-trattate. Ad oggi sappiamo che il rischio di recidiva nelle donne con pCR in certi casi è paragonabile a quello di donne che hanno malattia residua, ma non abbiamo gli strumenti per misurarlo. L’identificazione dei cosiddetti ‘lupi travestiti da agnello’ rappresenta quindi un’importante sfida diagnostica e terapeutica, e avrebbe l’obiettivo di personalizzare sempre di più i trattamenti e aumentare le probabilità di guarigione, per mezzo di studi clinici ad hoc. A questo fine è necessario identificare nuovi biomarcatori da integrare alla pCR, come la presenza di dna tumorale circolante identificato con test innovativi (la ‘biopsia liquida’), l’estensione di malattia al momento della diagnosi, e i nuovi test genomici che descrivono le caratteristiche intrinseche del Tumore. Questi spunti al momento sono ancora di natura sperimentale, ma fanno parte di filoni di ricerca specifici in cui i ricercatori Ieo sono attivamente coinvolti”, ha aggiunto Dario Trapani.

“Il nostro lavoro mette in discussione un cardine dell’approccio terapeutico postoperatorio. La parola d’ordine è ottimizzare, cioè somministrare la giusta intensità di terapia, che si trova bilanciando efficacia e tossicità. Questo nuovo approccio al trattamento, che noi chiamiamo ‘risk adapted’, ha infatti l’obiettivo di ridurre la tossicità, e quindi migliorare la qualità di vita della donna, senza diminuire i risultati di sopravvivenza. Va inoltre sottolineato che quando si modula un trattamento (intensificandolo o deintensificandolo) occorre sempre considerare anche le preferenze dei pazienti, le loro aspettative e il loro progetto di vita. Sono questi alcuni degli argomenti trattati nella pubblicazione sul JCO, che ha l’obiettivo di alimentare il dibattito nella comunità scientifica sulla modulazione delle terapie, e di integrare la complessità e l’eterogeneità del carcinoma mammario con l’esigenza di qualsiasi paziente di essere curata con la più efficace e più tollerabile terapia disponibile”, ha concluso Curigliano.

Foto da DepositPhotos.

Dalla stessa categoria

Correlati Categoria

Si chiama Mytho, il gene che sta rivoluzionando la comprensione dell’invecchiamento e della qualità della vita. Grazie a una ricerca internazionale durata nove anni e guidata dall’Università di Padova, questo gene è stato finalmente identificato. Mytho è conservato quasi identico in molte specie, dai vermi all’uomo, e promette di migliorare la salute durante l’invecchiamento. A […]

Allerta a Tokyo per i numeri elevati di sindrome da choc tossico streptococcico, un batterio carnivoro che porta alla morte. Da inizio anno a marzo 77 persone sono morte a causa di un’infezione batterica. Il ministero della Salute ha registrato, al 2 giugno, 977 casi di sindrome da choc tossico streptococcico (Stss), un’infezione batterica pericolosa […]

Un rivoluzionario esame del sangue potrebbe permettere di diagnosticare la malattia di Parkinson fino a sette anni prima della comparsa dei sintomi. Questo test è stato sviluppato da un team internazionale di ricercatori dell’University College London e dell’University Medical Center Goettingen, e utilizza l’intelligenza artificiale per analizzare otto biomarcatori specifici. La scoperta, pubblicata sulla rivista […]

Le cisti ovariche sono sacche piene di liquido che si formano all’interno o sulla superficie delle ovaie. La maggior parte delle donne svilupperà almeno una cisti ovarica nel corso della vita, spesso senza nemmeno rendersene conto. Sebbene molte cisti siano innocue e si risolvano da sole, alcune possono causare sintomi o complicazioni che richiedono un […]