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Come vivono la dislessia i dislessici

Mamma - 22 febbraio 2017 Vedi anche: Bambini, Disturbi e malattie, Pediatria

Come vivono la dislessia i dislessici? Un tema che interessa molte mamme di bambini dislessici ma anche persone che non hanno mai "davvero" affrontato la faccenda!

Un tema centrale parlando di DSA è capire come vivono la dislessia i ragazzi dislessici e che hanno questa caratteristica specifica di apprendimento. Su questo argomento esiste, ad oggi, una scarsa letteratura scientifica. Sicuramente non è possibile generalizzare e pensare che tutti i dislessici si sentano e affrontino questa esperienza nello stesso modo. Inoltre occorre essere particolarmente cauti nel ritenere di sapere come si sentono perché siamo ancora molto distanti dal capirlo.

Noi pensiamo che sia molto importante porre la questione del come vive la dislessia la persona dislessica. Per iniziare a capire occorre ascoltare la voce dei ragazzi dislessici, riuscire a cogliere gli elementi utili a capire la loro prospettiva e i modi di attraversare questa esperienza. Le riflessioni che vogliamo condividere derivano dalla nostra esperienza, dal dialogo, dalla consulenza clinica con moltissimi ragazzi e le loro famiglie nell’arco di molti anni.

 

IL MOMENTO DELLA DIAGNOSI

Il momento della diagnosi sembra essere un momento fondamentale, pur vissuto in modi diversi a seconda dell’età in cui viene effettuata. In generale però fornisce al ragazzo e alla famiglia delle spiegazioni, rassicura sui dubbi di mancanza di intelligenza e dà un nome, ridimensionandone la natura e l’estensione, alle difficoltà incontrate nel percorso scolastico. La fatica scolastica del dislessico non viene più attribuita alla colpa o alla mancanza del singolo ma a una specifica caratteristica d’apprendimento, riconosciuta.

Capita purtroppo che, specie ai bambini più piccoli, la diagnosi non venga spiegata. Succede anche che i ragazzi più grandi riferiscano di essersi sentiti dire di avere un’ottima intelligenza e solo un lieve disturbo di apprendimento, che possono semplicemente risolvere utilizzando il pc (leggi: Dislessia e computer).

Tuttavia accettare e mettere in atto tutte le strategie alternative di cui abbiamo parlato nei nostri interventi non è immediato né semplice, ed importante saperlo e riconoscerlo anche con i ragazzi. È perciò fondamentale, fin da subito dopo la diagnosi, rispondere ai dubbi e alle domande dei bambini e dei ragazzi dislessici rispetto alla comprensione delle proprie caratteristiche, coinvolgendo genitori, insegnanti e con il supporto degli specialisti.

 

SPIEGARE LA DISLESSIA ALLA CLASSE

Stante la diagnosi di dislessia, il mondo circostante continua a ragionare in termini di lettura, scrittura, calcolo e memoria: inizia a insorgere una percezione di diversità e, talvolta, di minorità. Nonostante la possibilità di utilizzare a scuola strumenti e misure che compensano e dispensano, bambini e ragazzi tendono a non utilizzarli per non sentirsi avvantaggiati, privilegiati, facilitati, ma anche invidiati e presi in giro. Infatti se in classe non viene correttamente presentata la tematica dei diversi modi di apprendere e delle diverse caratteristiche, nonché del DSA e dei relativi compensativi, riteniamo che sia una normale e corretta forma di difesa da parte del ragazzo dislessico il non voler usare strumenti che differenzino e che implicitamente escludano. Occorre creare un contesto accogliente nel quale gli adulti, ma anche il bambino, se lo desidera, possano “spiegare”, razionalmente ed emotivamente, cos’è la dislessia.

 

IL CONFRONTO TRA PARI

Riteniamo importante che, nel tempo, i ragazzi con DSA abbiano possibilità di confrontarsi con altri pari con DSA circa la propria esperienza – in maniera mediata da adulti competenti – per sviluppare una propria riflessione e capire progressivamente le proprie potenzialità e caratteristiche. Questo rispecchiamento nell’altro – positivo può aiutarli molto in un processo di costruzione serena della propria identità. Infatti si osserva che a volte i ragazzi si identificano totalmente nell’essere dislessici, invece che considerarla una tra le proprie caratteristiche; al contrario, per altri la dislessia diventa il loro problema, situazione rinforzata da parole e azioni di insegnanti e genitori. Con i ragazzi ed i familiari è meglio – come raccomandano le Linee Guida italiane per il DSA emanate dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2011 – chiamare e considerare la dislessia una caratteristica specifica di apprendimento invece che un disturbo, termine da utilizzare solo con gli adulti e ove necessario per tutelare i diritti del ragazzo.

NEGARE LA DISLESSIA

In alcuni ragazzi si osserva una sorta di evitamento a trattare la tematica, una sottovalutazione specie in ambito scolastico, con la conseguente attribuzione di ripetuti fallimenti scolastici al proprio impegno o capacità invece che considerare il ruolo delle difficoltà specifiche, ma anche dei sostegni consentiti dalla diagnosi. Alcuni ragazzi e famiglie evitano di consegnare alla scuola la diagnosi nel passaggio di scolarità, finendo per esporsi al rischio di ulteriori insuccessi scolastici e mettendo in difficoltà gli insegnanti, che non si spiegano le difficoltà e che non sanno come aiutarli.

La mancata accoglienza dei propri bisogni specifici di apprendimento porta, e questo è ormai ampiamente descritto in letteratura, a sviluppare l’impotenza appresa, ossia porta il ragazzo, a seguito di esperienze scolastiche di fallimento, a pensare di essere incapace di apprendere, talvolta non solo in ambito scolastico ma anche in altri ambiti della vita quotidiana.

 

ESPRIMERSI PER TROVARE PUNTI DI FORZA

In realtà alcuni studi hanno evidenziato che il DSA in sé per sé non porta un rischio specifico di problematiche psicologiche se ci sono dei buoni “fattori di protezione”, dati dal contesto famigliare, scolastico, e dal gruppo degli amici. Quindi è fondamentale permettere a chi ha questa caratteristica di esprimere e condividere dubbi, incertezze, debolezze, difficoltà e anche potenzialità. Far sentire questa prossimità e disponibilità consentirà al ragazzo stesso e agli adulti di capire come vive questa sua caratteristica, realizzando che chiedere aiuto nel modo giusto non è un’ ammissione di debolezza ma è un modo per migliorare ed esplicare al meglio i proprio punti di forza.

Dott.ssa Giulia Lampugnani – Pedagogista
Dott. Davide Ferrazzi – Specialista in disturbi specifici dell’apprendimento
Fondatori e responsabili di Talenti fra le Nuvole Onlus
Su Facebook : Talenti fra le Nuvole ONLUS 

 

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