Vaginismo: quando intervenire con una terapia sessuologica

di francesca


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Nel caso particolare delle cosiddette “fobie sessuali”, la paura eccessiva, da cui il comportamento di evitamento, riguarda l’accettazione del pene nella propria vagina. Due sono i disturbi di riferimento. Il primo viene definito dispareunia, un rapporto sessuale doloroso durante o dopo la penetrazione. L’altro disturbo, molto più diffuso e più tipicamente fobico, riguarda l’impossibilità per l’uomo di penetrare la vagina della partner per l’eccessiva resistenza dei muscoli dell’ostio vaginale. Questo è il vaginismo. Ha un tasso di prevalenza variante dal 2% al 4% e rappresenta il 15% delle disfunzioni sessuali femminili.

Dopo un esordio, solitamente al primo incontro sessuale, il decorso del vaginismo permanente è cronico, se non si intraprende, ai primi segnali, una specifica terapia sessuologica. Il disturbo, una volta instauratosi, viene mantenuto da eventuali vaginiti, vulviti o vestiboliti ricorrenti, dalla presenza di accertati disturbi d’ansia o di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità di grado grave, da un partner eccessivamente accondiscendente e tollerante (a maggior ragione se anche sofferente di disfunzione erettile o con desiderio sessuale basso) e da un partner omosessuale, anche se non dichiarato.

Nel corso della necessaria valutazione clinica della paziente, si distingue, ai fini di un intervento terapeutico efficace ed efficiente, un vaginismo primario (da sempre), un vaginismo secondario (acquisito in seguito ad una condizione medica o ad un trauma manifestatosi in ambito sessuale) ed un vaginismo situazionale (in quel momento con quel determinato partner).

Mentre certi maschi, sposatisi con una donna vaginismica, sono semplicemente frustrati dalla impossibilità di penetrare la vagina della moglie, altri invece interpretano la difficoltà di penetrazione come un rifiuto nei loro confronti che, se persiste nel tempo, priva la coppia non solo di rapporti sessuali, ma anche della possibilità di avere figli.

In tali casi il vaginismo diventa allora un problema anche psicologico-legale dal momento che il matrimonio non viene “consumato”. Mentre nel diritto civile la mancata consumazione del matrimonio (coniugium album), qualora dia luogo a turbamento della comunione tra coniugi può essere condizione di divorzio, per il diritto canonico, la mancata consumazione che caratterizza il “matrimonio bianco” è causa di nullità per “impedimento dirimente”, dal momento che manca alla donna una richiesta idoneità recettiva “antecedens et perpetua”, tale da permettere l’introduzione del pene in vagina e conseguente inseminazione.

Tuttavia tale disturbo, una volta diagnosticato, in assenza di importanti patologie associate, eventualmente accertate durante la valutazione clinica, può essere curato e risolto, con ottimo successo e per sempre, anche in tempi brevi, in presenza di una normale rispondenza e partecipazione da parte della paziente, tramite specifici interventi clinici previsti dalla terapia sessuologica comportamentale.

Solamente se la coppia è sposata, nel malaugurato caso di rifiuto della cura, diventa necessario il ricorso ad un avvocato e la valutazione dell’eventuale “danno“ da parte di uno psicologo legale.

Professor Paolo Zucconi, psicoterapeuta e sessuologo clinico comportamentale, psicologo legale a Udine

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