15 Novembre 2020 |

Carla Bruni: “Ogni decennio ha un mito”

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French singer Carla Bruni poses for a photo-call before the Chanel's 2018/2019 fall/winter collection fashion show on March 6, 2018 in Paris. / AFP PHOTO / FRANCOIS GUILLOT

«Ogni decennio ha un mito. Per esempio, i tennisti come McEnroe, Borg, Lendl erano le divinità degli anni 80. E così noi negli anni 90. Anche se per la verità non è che il nostro lavoro fosse così complicato».

L’impeccabile première dame di Francia e cantautrice che tiene il palco incantando il pubblico con solo una chitarra che sia l’Ariston a Sanremo o l’Olympia a Parigi. È nata a Torino e francese d’adozione, ha un figlio di 19 anni, Aurélien, avuto con il filosofo Raphaël Enthoven e una figlia, Giulia, di 9 anni nata dal legame con Nicolas Sarkozy, e il sesto album uscito da poco nonostante le difficoltà della pandemia.
La top model anticonformista Carla Bruni mantiene sempre il suo stile e il suo fascino inconfondibile.

Perché crede che il pubblico sia ancora tanto legato alla sua generazione di top model? Risponde lei, com’è riportato da Repubblica: «Ogni decennio ha un mito. Per esempio, i tennisti come McEnroe, Borg, Lendl erano le divinità degli anni 80. E così noi negli anni 90. Anche se per la verità non è che il nostro lavoro fosse così complicato».
Sarà, ma le vostre foto dilagano sui social media, a prescindere dalle modelle in voga oggi. «Noi avevamo il tempo di fare le cose per bene, di imparare. Linda Evangelista è diventata il mito che è perché ne ha avuto il tempo. Ora si fa tutto di fretta, tanto c’è il digitale che poi sistema, leviga e illumina».

In un documentario del 1995, “Unzipped”, a una sfilata la si vede gongolare perché il backstage aperto solleticava “il suo innato esibizionismo”. «Cercavo solo di fare la spiritosa, all’epoca c’era molta più libertà rispetto a oggi: il politicamente noioso ha sostituito pure il politicamente corretto». In effetti i celebri nudi fotografati da Helmut Newton oggi non sarebbero permessi. «Pensare che le sue donne sono così potenti. Helmut non chiedeva mai nulla sul set, eravamo noi a voler far parte della sua visione, ci fidavamo di lui. Ed era così sicuro che per ogni foto scattava al massimo due volte. Oggi di scatti se ne fanno duecento, e con risultati molto diversi».

Un episodio che riassume la sua carriera da modella? «Gli show d’alta moda di Gianni Versace: si sfilava al Ritz, sulla piscina che veniva coperta. E poi facevamo festa nelle suite tutta la notte, magari finendo per fare anche dei servizi fotografici tutte assieme. Era come stare in famiglia». Ogni show era un evento. «Una volta Prince scrisse un brano per una sfilata di Gianni (1995) in cui ci nominava una a una. Le strofe coincidevano con la nostra uscita in passerella: noi non l’avevamo mai ascoltata, non sapevamo se sfilare, ridere o ballare».

Siete rimaste in contatto tra voi? «Con Naomi non dico che ci sentiamo ogni giorno, ma quasi». Il suo passato nella moda ha creato dei pregiudizi quando ha iniziato a cantare? «Sì, ma tanto è una vita che ogni mio gesto è visto con sospetto. Però questo scetticismo mi ha aiutato: tanti pensavano fosse solo un’operazione di immagine, ma poi ascoltandola hanno scoperto che la mia musica è “vera”, piaccia o non piaccia. Dopo l’uscita del primo album ( Quelqu’un m’a dit del 2002, ) ho ricevuto bellissime lettere di persone che lo commentavano: sta succedendo di nuovo con questo disco, ne sono felice».

Come si è preparata alle registrazioni? «Prima di entrare in studio ho ascoltato a lungo l’ultimo album di Leonard Cohen, cupo e intenso, e tutto Fabrizio De André, un poeta straordinario: avessi scritto io Via del campo, poi avrei smesso. Come puoi continuare dopo aver creato un capolavoro simile?». Il disco s’intitola “Carla Bruni”. «Non mi veniva in mente altro, perciò mi sono detta: faccio come Whitney Houston, che ha chiamato il suo primo album Whitney. Certo, in genere si fa al debutto, a 19 anni, non a 52. Pazienza».

La moda, la musica, i cinque anni all’Eliseo: cambiare non la spaventa. «Sta parlando con una che da bambina ha cambiato nazione, ha cambiato lingua, e in un certo senso ha pure cambiato padre (dopo la scomparsa di Alberto Bruni Tedeschi nel 1996, ha scoperto che il suo padre biologico è l’italo-brasiliano Maurizio Remmert). No, non ho mai avuto problemi con i cambiamenti».

Le è pesato vivere sempre sotto i riflettori? «Non sono ipocrita: questa notorietà me la sono quasi sempre cercata. Evidentemente mi ha fatto comodo». Oggi di solito la si vede in jeans. Una scelta stilistica per non distrarre dal suo lavoro? «Sì. Anzi, ai primi concerti ero ancora meno attenta, finché dopo uno show Farida Khelfa, grande amica e leggendaria modella, venne in camerino a dirmi che sì, ero brava, ma che non potevo presentarmi sul palco con le mie vecchie Clarks tutte rovinate».

Una donna è sempre giudicata per ciò che indossa. «Sempre. Quando Nicolas era Presidente, mi ricordo degli articoli che accusavano Angela Merkel di essere troppo poco curata nel vestire. A nessun giornalista è mai venuto in mente di analizzare lo stile di mio marito, non avrebbero osato. Ma con le donne si può. Ridicolo». Che tipo di madre è? «Ansiosa, ma non lo do a vedere. E per mantenere la mia autorità fumo di nascosto in terrazzo». Restando in famiglia, sua sorella Valeria Bruni Tedeschi canta nell’unico pezzo in italiano, “Voglio l’amore”. «Eravamo assieme in lockdown, l’avrà sentito almeno quaranta volte: cantarla con lei era il minimo!».