“Medea: l’Amore Nefasto”: la potenza del mito greco

di Alice Marchese


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“Per parlare di Medea ci vorrebbero giorni”. Il Covid19 ha influenzato tantissimi aspetti della nostra vita, ma sicuramente la cultura valica qualsiasi muro apparentemente insormontabile.

Ieri si è tenuta la conferenza online “Medea: l’Amore Nefasto” presieduta dalla Professoressa Marina Buttari, la quale ha introdotto il mito e ne ha analizzato le radici e le peculiarità, focalizzandosi inoltre sul confronto tra la cultura matriarcale e patriarcale. Ha moderato il Dottore Roberto Clemenza, Responsabile della sede del Nodo di Palermo, centro di consulenza ed intervento clinico e sociale; presente anche il direttore del Nodo, Monica Mandalà.

È stata scelta questa figura in quanto, com’è stato detto da lei stessa, “Incarna la figura femminile che non accetta di essere messa in un angolo e di essere solo la madre”. A rendere il tutto più suggestivo è stata la lettura di frammenti tratti dalla Medea, recitati da Alessandra Gulizzi e Alessia Tumminello.

Infatti la protagonista, il cui nome proviene dal verbo greco Medomai e significa “Colei che escogita”, viene dipinta da poeti e pensatori greci e latini con innumerevoli sfaccettature. È un personaggio così complesso da non riuscire ad essere incasellato in un’unica categoria. Madre, maga, vittima di Afrodite, ma anche una donna dalla profonda consapevolezza.

Medea togliendo ai figli la vita, si riprende il suo potere e distrugge ogni convenzione ribellandosi alle leggi degli uomini. È una donna infelice, abbandonata in un paese straniero e lontana dalla sua patria.
Il suo dramma sta nell’aver compiuto un sacrificio. Il sangue stesso diventa simbolo del femminile, versato durante l’omicidio compiuto, le mestruazioni e durante il parto. Un aspetto sensazionale del mito greco è riuscire ad adattarlo perfettamente alla nostra realtà.

Infatti, grazie agli interventi dopo la presentazione di Medea, è stato possibile attualizzare la paura del parto ampiamente descritta nell’opera in questione, riconducendola così ad un timore odierno facilmente riscontrabile nelle cliniche e negli ospedali. Recentemente infatti si è diffusa l’angoscia di partorire soprattutto a causa della condizione precarietà a cui siamo soggetti.

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