Cos’è la malattia del ‘cervo zombie’? Possiamo stare tranquilli?

di Redazione


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Nel Nord America sta destando molta preoccupazione tra gli scienziati e ambientalisti una nuova patologia dal nome insolito: la malattia del “cervo zombie”, nota anche come patologia da deperimento cronico (CWD).

La malattia ha colpito già 800 cervi e alci nello stato del Wyoming, un numero spropositato se si considera che il primo caso era stato identificato appena un anno fa nel Parco Nazionale dello Yellowstone. Oggi la malattia ha raggiunto ben 414 contee e 31 diversi stati negli USA, anche se alcuni casi sono stati riscontrati anche in Scandinavia.

Tra i principali sintomi della malattia del cervo zombie” ci sono sguardo spento, bava alla bocca, difficoltà nella coordinazione, letargia e disorientamento.

In particolare, i cervi che si ammalano sono colpiti dai prioni, delle particelle infettive proteiche che causano danni al cervello, che sono estremamente resistenti e per cui non esiste ad oggi una cura o un vaccino efficace.

Questa patologia non è nuova. Se ne parla infatti dagli anni ’90, ma di recente si è osservato un aumento significativo dei casi, destando una serie di preoccupazioni per la salute degli ecosistemi locali.

Uno dei maggiori timori riguarda la capacità di trasmissione della malattia da un cervo malato ad altri individui. Questo rischio non solo minaccia la popolazione dei cervi stessi, ma potrebbe avere serie ripercussioni sull’intero ecosistema, poiché i cervi svolgono un ruolo chiave nel mantenimento dell’equilibrio della catena alimentare e nell’ambiente circostante.

White reindeer lying on the grass in a Sunny summer day.

Quali sono i rischi per l’uomo?

Ma quali sono i rischi per l’uomo? Secondo una ricerca pubblicata su “The Journal of Neuroscience” esisterebbe una barriera di specie capace di impedire la trasmissione della CWD dagli alci agli esseri umani.

Tuttavia, come riportato da Wired, l’esposizione diretta o indiretta alla malattia attraverso il consumo di carne infetta potrebbe, però, essere una concreta possibilità.

Samuel J. White e Philippe B.Wilson, due ricercatori dell’Università Nottingham, hanno pubblicato un articolo a riguardo su “The Conversation”. Secondo lo studio Chronic Wasting Disease in Cervids: Implications for Prion Transmission to Humans and Other Animal Species, solo nel 2017 è stato stimato il consumo fra i 7.000 e i 15.000 animali infetti, con una proiezione di crescita del 20% anno dopo anno.

Attualmente, per fortuna, non sono stati segnalati casi di encefalopatie umane attribuibili alla CWD, ma la prospettiva di un salto di specie è motivo di seria preoccupazione e necessita di  un’attenta valutazione da parte di studiosi ed esperti.

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