“L’ho afferrata per le ginocchia e l’ho spinta”, la confessione del femminicidio di Giada Zanola

di Redazione


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“L’ho afferrata per le ginocchia e l’ho spinta oltre la ringhiera”. Sono queste le agghiaccianti parole con cui Andrea Favero, 34 anni, ha di fatto ammesso le proprie responsabilità nella morte della compagna Giada Zanola, 30 anni, precipitata nella notte tra martedì e mercoledì dal cavalcavia sull’A4 a Vigonza, in provincia di Padova. La drammatica confessione, riportata dal “Corriere della Sera”, non è utilizzabile processualmente in quanto non resa davanti a un legale, ma rappresenta senza dubbio una netta ammissione di colpa da parte dell’uomo, attualmente in carcere con l’accusa di omicidio.

La dinamica dei fatti secondo Favero

Secondo il racconto di Favero, martedì notte vi sarebbe stata l’ennesima lite con Giada, culminata con la fuga a piedi della donna verso il cavalcavia. Lui l’avrebbe raggiunta in auto e convinta a salire, ma “lei continuava a sbraitare dicendo che mi avrebbe tolto il bambino. Siamo scesi dall’auto e l’ho spinta oltre la ringhiera”, le sue parole. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti. Davanti al cavalcavia c’è un gradino di 80 cm che precede la ringhiera alta 1 metro e 96. Se Giada fosse salita sul gradino, per Favero sarebbe stato facile spingerla nel vuoto. I video delle telecamere della zona mostrano che l’auto dell’uomo è rimasta sul ponte per meno di due minuti: il tempo sufficiente per compiere il terribile gesto. L’autopsia sul corpo della vittima ha già confermato che Giada era viva al momento della caduta.

La ritrattazione parziale e gli indizi a carico di Favero

Quando in seguito Favero è stato nuovamente sentito dal pm alla presenza di un avvocato, ha però ritrattato in parte la sua confessione, dicendo di non ricordare con esattezza i momenti critici: “Non ricordo se siamo saliti sul gradino della ringhiera”, le sue parole. Ci sono però numerosi altri indizi a suo carico, tanto che il gip ha ritenuto fossero sufficienti per disporre l’arresto: tra questi, il messaggio inviato la mattina seguente alla compagna per lamentarsi che non era passata a salutarlo, nonostante Giada fosse ormai morta. Inoltre, emergono precedenti episodi di aggressioni e maltrattamenti ai danni della donna, oltre alla rabbia di Favero per le nozze annullate e la nuova relazione intrapresa da Giada.

Il mistero del cellulare scomparso

Gli investigatori stanno inoltre cercando il cellulare della vittima, che sembra essere misteriosamente scomparso e che si sospetta sia stato fatto sparire dallo stesso Favero. Al suo interno potrebbero esserci foto di lividi e ferite riportati da Giada dopo l’ultimo pestaggio subito solo due giorni prima della morte. La donna aveva minacciato di mostrare quelle immagini alla polizia se Favero non le avesse concesso di vedere il figlio. Le foto erano però già state inviate da Giada a un’amica e al nuovo compagno e ora sono agli atti dell’inchiesta.

I dubbi degli inquirenti sulla versione di Favero

Molti punti nella ricostruzione fornita da Andrea Favero non convincono gli inquirenti. Innanzitutto non è chiaro perché Giada si sarebbe allontanata da casa a piedi, verso i campi, senza una borsa e con solo un portadocumenti poi ritrovato accanto al cadavere. Inoltre, la lite in casa e la fuga notturna mal si conciliano con l’evidente stato di inferiorità fisica della donna nei confronti del compagno. L’ipotesi è che Favero abbia prima picchiato selvaggiamente Giada tra le mura domestiche, per poi caricarla in auto già esanime e gettarla dal cavalcavia inscenando un suicidio. La conferma potrebbe arrivare dall’analisi del cellulare dell’indagato, sottoposto a perizia per verificare la presenza di eventuali video o immagini compromettenti con cui l’uomo avrebbe potuto ricattare la compagna.

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