Una battaglia a favore della natalità, una giornata ricca di appuntamenti, incontri, tavole rotonde presso i Villaggi della Fertilità allestiti e organizzati nelle più grandi piazze italiane. Così sarebbe andata il 22 settembre se il Fertility Day, l’iniziativa del Ministero della Salute per informare le donne sui problemi legati alla fertilità, fosse andato come doveva, invece qualcosa sul piano della comunicazione non è andata a buon fine.
Da qualche giorno online, soprattutto sui social, circolano le cartoline ufficiali della campagna a favore della fertilità che invita uomini e donne, ma soprattutto noi donne, a riprodursi per dare una mano ad un Paese che è in piena crisi demografica. Un insulto, così lo hanno definito diversi utenti e influencer su Twitter e Facebook, soprattutto per chi non riesce a procreare, ma anche per chi vorrebbe ma non può permettersi un figlio. Il problema? Quella “infertilità professionale” che si riverbera sui rapporti familiari, quella precarietà frutto di una frattura politica ed economica che ci costringe a mettere a parte l’idea di un famiglia.
Si tratta di un problema concettuale ma soprattutto inefficace anche sul piano della comunicazione. Slogan come “Sbrigati, non aspettare la cicogna” oppure “La fertilità è un bene comune” mettono perfettamente a fuoco le lacune di una campagna che ha decisamente sottovalutato un contesto socialmente difficile, puntando indirettamente il dito contro quelle giovani donne che rimandano l’idea di un figlio per ragioni puramente economiche o che semplicemente per propria volontà non hanno figli.
La campagna, insomma, è un vero successo, ma con polo invertito, anche se con un epilogo indubbiamente imprevisto, tanto che su Twitter l’hashtag @fertiltyday in poche ore ha scalato la classifica dei trending topic. “Il #fertilityday è un insulto a tutti: a chi non riesce a procreare e a chi vorrebbe ma non ha lavoro. E il 22 mi rovinerà il compleanno“, cinguetta Roberto Saviano. Inoltre il sito dedicato a questa iniziativa è andato off line, probabilmente per i troppi click, ma se è vero che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre forse chi ha curato la campagna ha pensato bene di metterlo offline di proposito.
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