“In difesa di tutte le donne”: aleXsandro Palombo al Louvre di Parigi

di Alice Marchese


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Opere dal titolo “Just Because I Am a Woman” da Milano raggiungono il Louvre di Parigi.
Sette donne leader della politica mondiale sono state immortalate come vittime di violenza di genere, vulnerabili e indifese e con i volti tumefatti.

Dalla cancelliera Angela Merkel, di Hillary Clinton, Michelle Obama, Alexandria Ocasio-Cortez, Brigitte Macron, Aung San Suu Kyi e Sonia Gandhi.

“Just Because I Am a Woman”

La street art di aleXsandro Palombo entra nella collezione permanente del museo. La serie di opere dal titolo “Just Because I Am a Woman” è una vera e propria denuncia sociale da parte dell’artista.

Apparse sui muri di Milano a novembre del 2019, è stata acquisita dal Museo delle arti decorative del Louvre di Parigi entrando ufficialmente a far parte della collezione nazionale.

Le parole del Mad

“Queste opere apportano un arricchimento di qualità ai nostri fondi entrando così nelle collezioni nazionali”. Com’è riportato da Repubblica, rimarcano dal Mad, il Museo delle arti decorative, situato nel Palazzo del Louvre, che conserva una delle più importanti collezioni di arti decorative al mondo.

Non è la prima volta che l’artista realizza opere contro la violenza sulle donne: fra i suoi ultimi lavori sui muri di Milano c’è “We can Help you”, un tributo alle donne dei carabinieri e della polizia di Stato in occasione della Giornata internazionale per i diritti della donna.
A seguire un’intervista rilasciata dall’artista al Corriere della Sera.

Come ha saputo dell’acquisizione del suo lavoro?

«Il Mad me ne aveva fatto richiesta mesi fa e dopo la valutazione da parte della commissione il direttore Olivier Gabet mi ha comunicato per lettera che era stato approvato. Ho voluto fare una donazione perché è un lavoro sociale ed etico».

Lei si definisce artista pop e attivista. Significa che è un artista attento ai temi sociali oppure un attivista che utilizza un linguaggio visivo pop?

«La mia è una personale visione di pop che tende a discostarsi dall’estetica tipica degli anni 70/80 a cui tanti si rifanno».

Perché usa i personaggi di Walt Disney per sensibilizzare sulle disabilità, disegnando per esempio Biancaneve in carrozzina?

«Nel 2009 ho semplicemente ribaltato dei canoni nella serie “Principesse Disney Disabili”: i media americani hanno dato spazio a quelle opere e da allora l’inclusione e la diversità hanno cominciato a diventare un tema dibattuto. Anche i lavori con le eroine dei cartoon vittime di violenza sono entrati a far parte di molti libri scolatici in giro per il mondo».

È vero che ha superato un tumore che le ha lasciato un handicap? Crede che sia stata questa esperienza a renderlo un attivista?

«Sì, sono un sopravvissuto e ho passato anni devastanti e terribili; la malattia ha lasciato un segno molto profondo ma oggi, nonostante i problemi di salute e con degli accorgimenti, sto in piedi. L’attivismo però parte da lontano. Negli anni 80 ho fatto volontariato anche nella Croce Rossa e sono stato in prima linea nell’aiuto alle migliaia di albanesi che sbarcavano nella mia città, Brindisi. Poi gli anni nella marina militare con missioni di guerra e umanitarie in giro per il mondo; la guerra nell’ex Jugoslavia e le missioni contro il traffico di droga nello stretto di Gibilterra. Ma anche l’aiuto in Albania durante gli anni terribili delle rivolte. L’attivismo non nasce da una moda, ma è qualcosa che parte da un dolore, da un trasporto profondo e da esperienze di vita forti».

Perché si nasconde ai media? Strategia o insicurezza?

«È il mio carattere e lascio parlare il mio lavoro. Non sono un tipo social ma amo entrare in connessione con gli altri».

Come ha scelto Milano?

«Ci venivo fin da piccolo dagli zii. Ho studiato all’Istituto Marangoni e sono stato molto prolifico nel campo della moda. Poi il mio tratto nell’illustrazione mi ha portato a collaborare con una lista lunghissima di magazine internazionali da Harper’s Bazaar, Vogue, Elle, al numero 100 di Grazia Cina. Da molti anni realizzo anche opere di satira su personalità pubbliche attraverso una rilettura dei Simpson e ultimamente la serie sul narcotraffico ha fatto molto discutere sui media messicani».

Non ha mai pensato di lasciare le strade di Milano?

«A breve sarò in Grecia e sono stato invitato anche a Londra dove l’irriverente Jonathan Jones del Guardian è stato tra i primi critici d’arte a sostenermi. Il sostegno non mi è mai mancato nemmeno in America dove ho esposto la serie con le celebrità ritratte come vittime di violenza domestica, da Angelina Jolie a Kim Kardashian, che ha suscitato un grande dibattito pubblico prima del caso Weinstein e del MeToo. Però presentare le mie opere sulla piazza di Milano resta un piacere e lo considero il mio personale contributo alla crescita culturale e internazionale della città».

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