Una nuova variante del SARS-CoV-2, chiamata XEC, sta attirando l’attenzione della comunità scientifica e sanitaria per la sua rapidissima diffusione e alcune caratteristiche particolari che potrebbero influenzare il prossimo andamento della pandemia.
Scoperta per la prima volta a Berlino nell’estate del 2024, XEC è il risultato della ricombinazione di due sottovarianti di Omicron: KS.1.1 (FLiRT) e KP.3.3 (FLuQE).
Gli studi condotti dall’Università di Tokyo e da altri istituti di ricerca mostrano che XEC possiede una trasmissibilità superiore rispetto alla variante allora dominante, KP.3.1.1. In particolare, si stima che abbia un vantaggio di crescita del 3,8% al giorno, traducendosi in una crescita settimanale di circa il 27%.
La caratteristica più preoccupante? La maggiore capacità di evasione immunitaria: XEC resiste meglio agli anticorpi sviluppati dopo infezioni o vaccinazioni precedenti, rendendo più semplice la sua diffusione anche tra chi ha già contratto il virus o è vaccinato.
Dal punto di vista clinico, i sintomi provocati da XEC sono molto simili a quelli delle varianti Omicron: febbre, tosse, mal di gola, dolori muscolari e affaticamento.
Tuttavia, i medici stanno osservando un sintomo insolito: una marcata perdita dell’appetito, spesso associata a diarrea e malessere generale. Questo segnale distintivo sta emergendo in particolare nei Paesi dove la variante è più diffusa, come il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Francia.
In Italia, la presenza di XEC è stata correlata all’aumento dei contagi registrato a fine settembre. Con l’arrivo della stagione fredda, si teme che XEC possa diventare la variante predominante, guidando un nuovo picco epidemico.
Nonostante sembri causare forme di malattia generalmente paragonabili all’influenza stagionale, la sua elevata velocità di propagazione potrebbe rendere più lungo e impegnativo il processo di guarigione per molti pazienti.
Oltre alla sua rapida diffusione, XEC presenta due nuove mutazioni nella proteina Spike, che migliorano la capacità del virus di infettare le cellule e sfuggire al sistema immunitario.
Queste mutazioni sollevano preoccupazioni anche sull’efficacia dei vaccini attualmente in uso, sebbene gli studi preliminari suggeriscano che i vaccini continuino a offrire una protezione significativa contro le forme gravi della malattia.
Come con le precedenti varianti, le persone più vulnerabili restano gli anziani, i soggetti con malattie croniche, gli immunodepressi e le donne in gravidanza. Tuttavia, la maggiore trasmissibilità potrebbe esporre maggiormente anche i giovani adulti e chi, finora, si era mostrato meno suscettibile alle forme severe di Covid-19.
La strategia per proteggersi da XEC non cambia rispetto alle varianti precedenti:
XEC non sembra provocare una malattia più grave rispetto alle varianti precedenti, ma la sua elevata capacità di contagio e la possibile riduzione dell’efficacia immunitaria la rendono una minaccia da non sottovalutare.
In attesa di ulteriori studi, è importante continuare ad adottare comportamenti responsabili e seguire le indicazioni delle autorità sanitarie.
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