Il pianto del bambino crea, soprattutto nei primi periodi della vita, uno stato di agitazione nei genitori che fanno fatica ad interpretarlo. Solo con il tempo, e l’esperienza, infatti, i genitori imparano a capire le varie tipologie di pianto e a intervenire di conseguenza.
E’ importante tener conto che il pianto è l’unica forma di comunicazione che il bimbo, nei primi mesi di vita, ha per comunicare con il mondo esterno.
Vediamo di capirne di più.
Cambiano a seconda dell’età: nel bambino grande la causa predominante è il dolore seguito da tristezza. Nel bambino piccolo le cause sono più numerose perché non potendo comunicare in altro modo, comunica con il pianto tutto:
Inoltre, i bambini sono diversi l’uno dall’altro: alcuni piangono molto frequentemente, altri, al contrario, quasi mai.
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Dopo i 6 mesi
Il pianto è indotto non più soltanto da motivi fisici (fame, dolore, desiderio di contenimento), ma anche da cause psicologiche che derivano dalle nuove esperienze che il bambino compie man mano che conquista l’autonomia.
Dai 7 ai 18 mesi
Il bambino può piangere per paura (degli estranei, dell’abbandono), mentre dai 18 ai 24 mesi il pianto può esprimere crisi di collera (aggressività), ma anche timore di sbagliare.
Con il passare dei mesi, il pianto diviene meno importante come “linguaggio”, perché il bambino impara a far capire agli adulti i propri “messaggi” con altri sistemi di comunicazione.
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