Il bambino piange molto. E’ viziato? Come affrontare le crisi di pianto sfrenato nel bimbo prima dei 2 anni

di francesca

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Spesso sento dire da qualche mamma che il bambino di una sua amica è “viziato”. Altrettanto spesso, quel bimbo è un bimbo che io seguo e che conosco bene, come conosco bene il bambino della prima signora. Senza esprimere loro il mio giudizio (entrambi mi sembrano “viziati”), nel mio intimo faccio questa valutazione: esistono concezioni diverse su cosa s’intenda per “bambino viziato”, ma certamente tutti, quando si trovano davanti ad un “bambino viziato” riescono a riconoscerlo.

Sicuramente “viziare” significa non avere la forza di affrontare i comportamenti del bambino, cedendo a qualunque sua richiesta che sarà seguita da un’altra ed un’altra ancora in una escalation difficile da contrastare. Ed altrettanto sicuramente “viziare” non significa amare il bambino, ma forse amare se stessi. Un bambino veramente “amato” è disponibile, tenero, dolce, sicuro, sereno, gioioso. Ma non vi voglio parlare questa volta del bambino “viziato”;  lo farò più avanti, affrontando l’argomento in modo più approfondito e completo. 

Oggi vi descrivo un tipico comportamento di una mamma che sta compiendo i primi passi per trasformare il suo bambino in un “bambino viziato”. La mamma si rivolge a me e, già disperata perché il suo bambino piange frequentemente, mi dice testualmente: <<Professore, ho bisogno di aiuto, non sopporto più di sentirlo piangere>> oppure <<non ho il coraggio di sentirlo piangere>>.

Vorrei che fissaste la vostra attenzione su due aspetti: il primo aspetto è che (e lo vediamo fra poco) il pianto non è mai espressione di un serio malessere (il bambino che sta veramente male non piange…ma si lamenta!). Il secondo aspetto è che per la mamma il problema non sembra essere “Chissà per quale ragione piange?” ma “Non sopporto di sentirlo piangere!”.

Per prima cosa, viene la sua motivazione personale. E quindi, invece di preoccuparsi del motivo del pianto, (che è sempre una richiesta del bimbo inascoltata) antepone la sua esigenza e desidera ricorrere a qualcosa che in qualche modo possa fare tacere, sia pure temporaneamente, il pianto; (ecco perché qualche psicologo particolarmente severo la definisce “mamma egoista”).

La conseguenza di questo stato d’animo della mamma è la messa in atto di tutta una serie di azioni o accorgimenti che lei crede utili, allo scopo di tacitare un comportamento che le procura fastidio (quindi lo fa per il proprio comodo). E’ così che inizia la scalata al bambino viziato che comprende una serie di piccoli e progressivi cedimenti o di piccoli gradini che diventano sempre più alti ed ardui da salire. Ma di questo parleremo un’altra volta!!

Vorrei invece affrontare l’argomento “pianto”.

Nei colloqui che sostengo con le mie mamme prima del parto, la domanda che mi viene posta più frequentemente e con maggior apprensione è: “se il bambino piange cosa devo fare?”. La mia risposta è: <<Il tuo bambino non piangerà. E se lo farà è probabile che la causa non sia riferibile al bambino ma ad un comportamento tuo>>.

Il pianto è, infatti, uno dei mezzi più efficaci e perentori che il bambino utilizza per comunicare con l’esterno. Il pianto vigoroso e deciso non sta mai ad indicare un malessere fisico del bambino, ma un suo fabbisogno, una sua necessità, una sua esigenza non soddisfatta.

Il bambino piange se ha fame, se ha sete, se ha caldo oppure piange se si è sporcato, cioè, piange per situazioni sicuramente non dolorose, ma che creano in lui uno stato di bisogno o di disagio. Il bambino, infatti, è in grado di esprimere con estrema precisione, molto più di quanto pensino gli adulti, le sue necessità, ovviamente non ancora con le parole ma con il linguaggio dei suoi comportamenti. Ed il pianto è uno di questi linguaggi. Spetta a noi pediatri insegnare ai genitori la chiave per interpretare e capire questo modo di esprimersi.

Ho ritenuto opportuno fare subito questa premessa per dirvi che non bisogna assolutamente drammatizzare il fenomeno del pianto. Sicuramente un bambino (soprattutto un neonato od un lattante) che piange molto crea apprensione e preoccupazione nei genitori, specie se il pianto è forte e prolungato.

Mi sento di tranquillizzarvi, facendovi  osservare che, se il bambino ha la forza di piangere vigorosamente e a lungo, non può avere seri problemi di salute, anzi! Il pianto vigoroso richiede un grande dispendio di energia fisica. Il bambino che ha seri problemi di salute non ha tanta energia da spendere. Infatti, il bambino che sta veramente male non piange, ma si lamenta! Che è tutt’altra cosa! Quando ho ben bene spiegato queste cose alle mamme, la loro domanda è:

Come posso capire perché piange il mio bambino?

Non è così difficile. Vi posso assicurare che genitori attenti e soprattutto ben guidati e istruiti dagli “addetti ai lavori” riescono ad imparare a distinguere il pianto del loro bambino entro il primo mese di vita. A loro volta, i bambini già dall’età di 2 – 3 mesi imparano ad utilizzare soggettivamente i diversi tipi di pianto per richiamare l’attenzione dei genitori e, dopo il 6° mese, addirittura per manipolarli!!

Esiste il bambino che piange più di un altro?

Ogni bambino fa storia a sé e ha un suo carattere: esistono bambini tranquilli e bambini irrequieti. Un parto complicato con conseguente sofferenza neonatale, una situazione ambientale di tensione, un difficile rapporto psico-affettivo con la mamma, possono contribuire a creare il cosiddetto bambino che “piange più di un altro“.

A questi motivi si possono aggiungere una maggiore sensibilità individuale di alcuni bambini, con conseguente maggiore reattività agli stimoli esterni di qualunque natura o, in senso opposto, la loro capacità di auto consolarsi. A questo proposito suggerisco alle mie mamme di verificare se nel loro bimbo è presente il riflesso di Babkin (riflesso neonatale mano – bocca): quando si accarezza una guancia del neonato o si mette un dito nel suo palmo, lui si porterà il pugnetto alla bocca. Non tutti i bambini lo fanno, ma chi lo sa fare è un bambino che vuole far capire alla sua mamma che è in grado di auto consolarsi e che sarà un bambino facile da gestire. Infatti, a parità di stimoli, il bambino con capacità auto consolatorie non avrà reazioni particolarmente evidenti, il bambino più eccitabile, invece, potrà piangere in modo energico o a lungo.

Gli anglosassoni suddividono i bambini, in relazione al fenomeno pianto, in:

  1. bambini facili
  2. bambini intermedi
  3. bambini difficili

I bambini “difficili” rappresentano, in percentuale, il 15% dei neonati. La valutazione della “caratteristica del pianto” e la diversa disponibilità del neonato e del lattante a tranquillizzarsi può essere utile  al pediatra ed ai genitori per mettere in atto strategie per controllare e  limitare il pianto. Alcuni psicologi infantili, addirittura, arrivano a fare previsioni circa il carattere futuro dei bambini da loro tipo di pianto. Mi sembra un tema affascinante ma ancora tutto da approfondire.

C’è un’ora particolare per il pianto?

Il pianto si può verificare in qualunque momento della giornata, infatti, è sempre motivato da cause precise. Tuttavia, il bambino che piange di più mostra una certa preferenza per le ore del tardo pomeriggio e le ore serali.